L’idea - assolutamente geniale – di contestualizzare territorialmente l’esperienza applicativa maturata nel decennio trascorso dall'entrata in vigore del D.Lgs. n. 40 del 2006 nell’ambito della giurisprudenza del nostro Distretto di Corte di Appello rappresenta, già sul piano dei modelli concettuali, lo strumento ottimale per acquisire la più realistica percezione dell'effettivo impatto operativo del nuovo sistema normativo.

     La realizzazione di siffatta idea è stata mirabile ed eccezionale in relazione a tutti i profili: dalla rapidità della raccolta del cospicuo materiale, all’accuratezza della ricostruzione di ogni caso, all’approfondita analisi dei contenuti delle singole decisioni, all'elaborazione di pregevoli commenti corredati da riscontri di straordinaria completezza circa gli orientamenti della giurisprudenza di legittimità, all'indagine in ordine ai ricorsi per cassazione e ai relativi esiti.

     D'altronde, la somma autorevolezza degli Autori ha costituito il necessario presupposto di completa fiducia sotteso alla disponibilità assoluta, senza esitazione alcuna da parte di tutti noi, Presidente e Consiglieri della Prima Sezione Civile della Corte di Appello, dei nostri provvedimenti a valutazioni e disamine diverse dal canale istituzionale del ricorso per cassazione.

     Il preziosissimo risultato dell'opera realizzata, di peculiare valore, offre molteplici spunti di riflessione.

     In tale prospettiva si colloca, quale dato di segno positivo, in primo luogo, la scarsa incidenza di ricorsi per cassazione avverso le sentenze rese in materia di impugnazione per nullità di lodi arbitrali, dato, comunque, conforme a quello in tema di contenzioso civile ordinario, definito dalla medesima Prima Sezione Civile della Corte di Appello.

     Nondimeno, tale considerazione positiva si appalesa solo teorica, dal momento che non possiamo ignorare che i costi del giudizio di legittimità attualmente costituiscono un intrinseco, oggettivo deterrente alle impugnazioni, tale da prescindere da qualsiasi apprezzamento circa la condivisibilità della decisione, e ciò in concomitanza con l'effetto dissuasivo, insito nell’impressionante numero di ricorsi pendenti in Cassazione (nel 2015 ai 105.000 ricorsi pendenti se ne sono aggiunti 85.000 sopravvenuti) e, conseguentemente, nella prevedibile lunga durata del giudizio in quella sede.

     Analogamente, si pone quale disincentivo all'impugnazione per nullità del lodo dinanzi alla Corte di Appello non solo la durata del giudizio ma soprattutto la natura di esso, in quanto a critica limitata.

     Indubbiamente, il connotato di maggiore pregio dell'arbitrato si incentra nella rapidità della definizione del procedimento, in contrapposizione alla lentezza della giustizia ordinaria, pregio destinato, però, a dissolversi, allorquando si accede al versante dell'impugnazione per nullità del lodo, di guisa che al modello del procedimento arbitrale, in particolare, nella forma dell’arbitrato amministrato,sarebbe dato riconnettere portata, almeno in parte, potenzialmente alternativa alla giurisdizione ordinaria, solo se ne fosse espressamente prevista l’inimpugnabilità o, quantomeno, se fosse esclusa l'impugnazione del lodo in unico grado di merito dinanzi alla Corte di Appello, che ormai da troppo tempo costituisce l'ufficio giudiziario di merito più in sofferenza, sia nel settore civile che in quello penale, in ordine al rapporto tra magistrati e carichi di lavoro.

     Né, infatti, è ipotizzabile alcun recupero di efficienza del sistema della giustizia civile in grado di appello nell’endemica situazione di disastrosa carenza di risorse umane per le continue e prolungate vacanze, addirittura rispetto a piante organiche, risalenti a plurimi decenni addietro e totalmente inadeguate all’attuale entità del contenzioso civile ordinario, senza tenere conto dei procedimenti camerali (nel 2015, secondo le rilevazioni ministeriali, le tre Sezioni Civili ordinarie, composte da quattordici Consiglieri e tre Presidenti soltanto per parte dell'anno, a fronte di una pendenza iniziale complessiva di n. 6.203 procedimenti e di n. 2.018 sopravvenuti, ne hanno definito in totale n. 2.208): é appena il caso di rammentare che a vanificare il risultato del contenimento dei tempi della decisione in un triennio, faticosamente raggiunto dalla Prima Sezione Civile della Corte genovese, è stata sufficiente la scopertura ultra annuale del ruolo di un Cosigliere.

     Né, infine, può reputarsi significativo in ordine all'adeguatezza delle risorse a disposizione della giustizia il dato, rilevato dall’OCSE, secondo cui l'Italia, destinando a tale settore la quota dello 0,2% del P.I.L., pari a circa 3 miliardi e mezzo di euro, si colloca nella media degli Stati europei.

     Invero, tale valutazione prescinde dal fatto che soltanto in Italia su detta posta del bilancio dello Stato grava la corresponsione dell’equa riparazione per l'eccessiva durata dei processi ai sensi della L. n. 89 del 2001, a carico del Ministero della Giustizia, che, per i decreti ingiuntivi emessi soltanto nell'anno 2015, ha raggiunto l’importo di euro 85.799.330,62, con un debito complessivo al gennaio 2016 di euro 403.607.179,90, destinato a essere incrementato dagli interessi, dal momento che i fondi assegnati fino al 19/5/2016 sono stati limitati a euro 69.971.332,08 e le somme pagate, fino a quest'ultima data, sono state pari a euro 41.321.837,41, valendo le medesime considerazioni per gli ingentissimi costi del processo civile telematico, estraneo ai Paesi europei, oltre al fiume di denaro erogato per l’acquisizione della disponibilità di locali, muniti di dispositivi antincendio, adibiti ad archivi, destinati per quaranta anni alla conservazione non delle sentenze, separatamente custodite, ma esclusivamente dei fascicoli cartacei d'ufficio.

     Appare ovvio, quindi, interrogarsi sul perché già a far data dal 2001 non sono stati implementati gli organici, in guisa tale da fare fronte al contenzioso civile, in luogo di continuare ad adibire risorse umane ed economiche alla trattazione delle controversie in materia di equa riparazione nonché in luogo di disporre l'eliminazione di archivi cartacei del tutto inutili.

     Pur non essendo affatto "oscuro", ma certamente diagnosticabile e ancora eliminabile, ove ne sussista la volontà, il male che affligge la giustizia civile ordinaria, sussiste, comunque, l’esigenza di elaborare nuovi sistemi di natura preventiva, efficacemente alternativi alla giurisdizione ordinaria - attesa l'assoluta inutilità dell’"arbitrato deflattivo", resa palese, a conferma delle previsioni iniziali, dall'inesistente applicazione concreta del D.L. 12 settembre 2014, n. 132, convertito nella L. 10 novembre 2014, n. 162 – riconducibili a una revisione dell'istituto della mediazione e a un’accurata configurazione dell'istituto dell'arbitrato amministrato, devoluto a Camere Arbitrali da istituire presso i Consigli degli Ordini degli Avvocati.
Ciò in quanto è di immediata percezione la tendenza (nella prospettiva di un preteso, quanto apodittico risparmio), al progressivo allontanamento del giudice professionale dal territorio e, quindi, dai cittadini, mediante ulteriori revisioni della geografia giudiziaria e conseguenti accorpamenti di uffici giudiziari, sia di primo che di secondo grado, con la contestuale perdita dell'essenziale, insopprimibile apporto alla giurisdizione, fornito dalla professionalità forense.

Dott.ssa Maria Bonavia
Presidente della Corte di Appello di Genova